
Oh finalmente sono contento, posso rivedere sventolare in piazza le bandiere palestinesi e calpestare o bruciare quelle israeliane. Passi la manifestazione di Milano che sembra alla ricerca di una certa equidistanza, o di una supposta equivicinanza, tra lo Stato d'Israele e la Palestina, ma di fronte ai proclami dei centri sociali e delle organizzazioni di estrema sinistra dovremmo fermarci a riflettere.
Queste persone non hanno neanche la minima conoscenza del problema in questione; certo molti di questi diranno che hanno passato due settimane (di vacanza) ad aiutare i bambini palestinesi nei Territori e sono rimasti colpiti dalle condizioni di vita della popolazione. Certo non voglio mettere in discussione questa realtà, ma vorrei che cercassero d'inserire i loro proclami in una prospettiva storica un po' più oggettiva e meno romanzata. A questo proposito ho sottolineato alcuni passi di un articolo trovato sul sito www.forumpalestina.org che più che un proclama d'intenti sembra un articolo di calciomercato di TuttoSport.
Il passo che più mi fa ridere è quello relativo allo sradicamento forzato dai territori d'origine. Vorrei ricordare che i palestinesi, allo scoppio nel 1948 della Prima Guerra d'Indipendenza, furono invitati dalle potenze arabe circostanti a lasciare i propri villaggi semplicemente nella convinzione che la schiacciante vittoria su Israele avrebbe permesso loro di ritornare e di occupare anche i territori israeliani. Ebbene mi dispiace dirlo ma gli stati arabi avevano fatto iconti sbagliati: Israele vinse la sua battaglia per la sopravvivenza. A questo punto i Palestinesi che avevano lasciato i propri villaggi VOLONTARIAMENTE confidando in una vittoria schiacciante furono costretti a rimanere nei paesi che li avevano accolti pochi mesi prima. Israele non obbligò nessuno ad andarsene ma, passatemi l'espressione, sarebbero stati degli imbecilli a tendere la mano a coloro che fino a poco prima volevano ucciderli.
Inoltre nessuno ha negato i diritti d'esistenza dello stato palestinese in quanto nel 1948 non c'era nessuna identità nazionale palestinese (divisa tra le varie nazioni arabe); ma possiamo tranquillamente affermare il contrario ossia che furono gli arabi, con la loro subitana dichiarazione di guerra, a voler negare ad Israele il diritto d'esistere.
Al limite del parossismo è inoltre l'affermazione secondo cui Israele adotta un tipo di occupazione coloniale. Va bene che l'estrema sinistra ragiona ancora con stilemi mentali che potevano andar bene all'epoca di Lenin ma quest'affermazione non si basa su nessun dato oggettivo. Israele non occupa i Territori per ragioni di sfruttamento economico ma per evitare che si sviluppino in queste zone disegni terroristici contro la Stella di David. Abbiamo già la riprova di quello che è successo a Gaza: Israele, rischiando perfino una guerra civile interna, ha deciso di abbandonare gli insediamenti e l'occupazione della Striscia cercando di tendere la mano ai Palestinesi alla ricerca d'un progetto di pace. Quale è stata la conseguenza: il lancio quotidiano di razzi Qassam verso la città di Sderot e le comunità idraeliane del Negev. Non sussite nessuna necessità coloniale nell'occupazione israeliana ma una essenziale necessità di sopravvivenza.
In più fatevi questa domanda cos'è un atto terroristico: un missile che cade per errore su un palazzo o un uomo che si fa saltare in aria in un bus o in un mercato? Forse da questa risposta si potrebbe partire per trovare una soluzione veramente di equivicinanza.
E invece di venire durante le vacanze d'estate a lenire il proprio senso di umanitarismo, si dovrebbe provare a venire per vivere veramente questa terra. Solo con la confrontazione giornaliera con difficoltà di vita e di counicazione interculturale di questa regione si può cercare formulare un'opinione veramente oggettiva e libera da logiche di Partito.
E come diceva Ulrich Beck durante la Seconda Intifada: "si può capire cosa significa vivere in Israele solamente perdendo un pullman per andare a lavorare a Haifa".
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